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Pregiatissimo signor Del Lungo, L'indovinello propostomi da Lei nell'Orfeo d'Angiolo Poliziano, là dove il pastore schiavone, secondo un codice, dice: « State attenti, brigata: buon augurio ! Chè di Zavolo in terra vien Mercurio », per iscioglierlo, io andava almanaccando di leggere: « che già di volo in terra », o «che di gran volo »; quando una interpretazione, che il padre Giuliani reca, data da altri, al « Tabernich » dell'Inferno di Dante, mi fa pensare altra cosa. Rimane quel ch'io Le dicevo, che questo pastore schiavone, il qual non canta altro che que' due versi (e direbbesi ritrarre delle stranezze romantiche, se tutto il dramma antico non fosse una smentita data alle regole che le scuole traggono dagli antichi), il pastore schiavone accenna alla mistione delle schiatt ellenica e slava, specialmente ne' paesi di Macedonia e di Tracia; e questo sin da' tempi antichissimi, sott'altri nomi, e poi più che mai nel medio evo: della qual mistione doveva il Poliziano avere contezza dai tanti Greci, e letterati e no, che venivano allora in Italia; nè i letterati, per pedanti che fossero, osavano falsare la storia evidente della loro misera nazione; nè i dotti italiani, discendenti e coetanei di que' valorosi viaggiatori che ampliavano i confini della scienza e del mondo abitato, sdegnavano conoscere le particolarità de' luoghi vicini e remoti, e sentivano in confuso come la storia e la civiltà e l'arte potesse giovarsene.

Nome di monte, ne'paesi in cui fingesi l'azione dell'Orfeo, non lo so ritrorare, che somigli a cotesto « Zavolo » da cui viene Mercurio volando; ma chi dal nome di « schiavone », dato al pastore, traesse argomento a portare la scena fuori di Tracia entro a limiti di terre slave, potrebbe appigliarsi all'accenno che il dottore Kandler, triestino, erudito, nel libro stampato in quella città per le feste di Dante, fa del Tabernich, monte de'più alti tra le Alpi Giulie, il qual sorge tra il castello di Adelsberg e il lago di Zirkniz; monte che adesso ha il nome di Jávorneg. Esso signor Kandler afferma, che l'antico nome era Taurnech, da Táuern, che, a detta di lui, nel linguaggio de' Celti Norici, significava in comune le cime de' monti. E già tutti i nomi proprii e d'alture e d’acque erano nomi comuni in origine; e non è casuale il riscontro del monte Tauro, de' popoli Taurini, e del monte della Campania, ora Taburo, in Virgilio Taburno, suono più affine al « zavolo » dell’enimma nostro; giacchè nella radice la prima consonante non conta, e lo spirito della vocale rendesi con suoni varii, non che in diverse, nella medesima lingua. Fatto è che i Norici, al dire di Plinio, sono anco cognominati Taurisci, snidati di lungo il Danubio, e accasatisi verso Aquileia. Da' Tauri, poi, popoli della Scizia, altra gente slava, ha nome la Tauride; e Tauresio, patria' di Giustiniano, era città della Mesia appiè del monte Emo, i Balcani odierni. E non è forse caso che gl'Istriani favoleggiassersi denominati dal fiume per cui montarono, mandati a inseguire gli Argonauti; nè potendo raggiungerli, e paventando l'ira del re, posero verso l'Adriatico le nuove sedi: con che sospetterei si volesse simboleggiare una colonia di mercanti, che altrove, con danno del paese natio, tramu

tano parte de'traffichi. Ne so se sia caso, che il monte Abnoba di Germania, onde nasce il Danubio, avesse il culto di Diana, detta anche senz'altro Ab. noba; come Venere, Citerea: Diana, che in Tauride aveva riti di sangue.

Ma il nome di Abnoba, che più si approssima a quello del nostro indovinello, allontanandomi dalla congettura del signor Kandler, mi riconduce all'odierno nome di Jávorneg, che avrebbe nelle lingue slave un senso appropriato, giacchè « javor » vale « acero »; e quel derivato sarebbe come dire a acereta » o «acereto »; nome che (come Oliveto, e in Palestina e nel senese e altrove) potrebb’essere stato, o fingersi, coniune anco a un monte di Tracia. Prisciano lo vuole, in latino, di genere femminile; e direbbesi che profeticamente provvedesse alle necessità di messer Iacopo Sannazaro, che, per trovare una rima sdrucciola al verso « L'invidia, figliuol mio, sè stessa macera», doveva cercare rifugio all'ombra d'un’acera. Cosi canta nella sua Arcadia il Sannazaro; e Virgilio fa che il re arcade Evandro adagi il padre Enea sopra un bel seggiolone d'acero, per raccontargli la storia d'Ercole e Caco. • Ma Virgilio era mago, non era profeta ; né prevedeva che Ercole e Caco sal• rebbero portinai del Parlamento italiano, lasciando al professor *** indovinare

se Ercole sia quel che piglia le busse e Caco quel che le dà. C'è chi vuole che « acero » venga da una voce ebraica la qual significa « corno », dalla durezza del legno; ma il legno è pregiato altresi perchè docile a delicati lavori. Venanzio Fortunato, anch'egli delle Alpi Giulie, parla di « pocula acernea »; e il Crescenzio di « nappi e scodelle » che se ne fanno, e di « vivuole da sonare ». Non so se le scodelle ei violini facciano contrapposto, come le tavolette d'acero su cui dice Ovidio scrivere cose d'amore, e le acerre o turiboli, che da quel legno taluni vogliono nominate. Ma il Dio Mercurio, inventor della lira, non avrebbe male scelto il monte degli aceri per proprio Olimpo; e di miglior augurio, che sopra una tartaruga vuota, sarebbe il tendere su quel legno le fila armoniose. Leggendo in Aleardo Aleardi « l'acero canoro », s'io non avessi rammentato il Crescenzio, non ci avrei inteso nulla; e della mia erudizione mi gloriai, ripensando come sovente il verso di moderni, anche ingegnosissimi, sia una specie d'indovinello e di gergo. Ma gergo non è questa canzoncina del popolo slavo, da potersi cantare e sul Zavolo e sul monte Pindo :

Bello e vedere
nell'alto cielo sereno,
dove il lampo scherza col tuono,
e l'acero col melo gentile,

e Nanni bello con una ragazza. Dice il Crescenzio che l'acero si trova nell’Alpe: Plinio, che in Istria e nella Rezia; e discerne quella specie ch'è di variato colore; della quale il cantore dell'Orfeo, nelle Stanze, « Ma l'acer d'un color non è contento ». Al dir di Strabone, abbondavano ne'luoghi stessi le quercie, e cosi ricche di ghiande, che i maiali allevati di qua d’Aquileia servivano a condire il mercato di Roma. Certamente boscosi erano que' luoghi per infino al secolo decimoquinto; e il monte ora detto Vena e il Carso Istriano e il Triestino facevano tutt'una selva. Altro nome che di suono s'approssima al disputato, è il notissimo Abila, fatto quasi proverbiale nel gergo de' verseggiatori italiani, « Abila e Calpe » ; dov'Ercole rizzò i suoi « riguardi », ai quali Cristoforo Colombo non ebbe riguardo, e di dove Ercole meno quelle bestie che in Italia tentarono l'appetito di Caco. « Abila », in punico, al dire di Avieno, è nome comune d'ogni monte alto: cosa credibile, giacchè « alpe » ha simile senso a noi tuttavia. Onde « tra Abila e Calpe » gli è come dire « tra altura e altura »; e dichiara a qualche modo il dantesco « tra Feltro e Feltro », tra Alpe e Apennino. Esichio lo chiama « Abilichi », che fa pensare alle tante varianti del dantesco « Austerrich »; e Suida, « Abilix », che ha la iccase in cima, come « Zavolo » ha la zeta alle falde. Solino e Ampelio d'« Abila » fanno « Abinna », altri « Abenna »: e « Abinneo » è nome romano di servi e di libertini. Questo mi richiama al pastore schiavone: e dappertutto rincontriamo o servi in via di essere libertini, o libertini in via d'essere servi: e se non ce n'è, li facciamo; e chi non vuole che ce ne sia (veggasi un po' l'America libera), lo ammazziamo.

La zeta da cui la voce incomincia è delle commutazioni frequenti. « Zabulus » il diavolo in Lattanzio, all'eolica. L'« arzavola » di Salvatore Rosa (dia volo sul fare di Benvenuto Cellini incantadiavoli) risica d'essere « l’ardea », ch'egli le appaia nel verso medesimo; nè so se nelle Satire del Rosa o sul lago di Garda la pigliasse Giovanni Prati, che le dà il volo in un de' suoi sdruccioli armoniosi. Ma siccome da « jocus », « giuoco », e i Veneti « zogo »; cosi da « jabor », potevasi « zabor ». E siccome non solo i Greci moderni, ma i rustici del Padovano, pronunziano certe d come 7; cosi e nel greco e nell'italiano la b e la v si commutano: e, per esempio, il monte « Abnoba » trovasi scritto « Avnoba », al dire del De Vit, in greco. Ma l'abate De Vit nega, senza addurne valida ragione, quello che il Forcellini notava, che « Abnoba » si dicesse il fiume stesso; come Indo e Ibero presero il nome dalla regione o lo diedero ad essa. Ma della commutazione che scorgerebbesi in « Zavolo » è conferma il nome stesso del fiume, che in qualche codice latino e in una moneta è « Danuvius »: e « Dúnavi» lo dicono i Greci moderni, i Tedeschi « Donau », gli Slavi « Dunaj », che rende ragione della dantesca « Danoia ». Col qual nome io mi sono già sottoscritto.

4 giugno 68.

L'accademico DÀ-NOIA.

DAL BRENNERO A VERONA NEL 1580

Note di viaggio di Michele de Montaigne.

Ad istanza dei direttori di questo periodico, e col consenso dell'editore S. Lapi, stacchiamo dal Journal du Voyage de M. de Montaigne en Italie queste pagine che riguardano il Tirolo meridionale e il Trentino, da Innsbruck cioè a Verona.

Il diario del viaggio, fatto nel 1580, e compilato fino a Roma da un segretario del Montaigne, che però riferisce le idee, le impressioni e spesso le parole stesse del grande scrittore, ritrovato verso la metà del secolo scorso e stampato da M. de Querlon nel 1774, non venne riprodotto se non nella edizione di tutte le opere del Montaigne stesso, detta del Panthéon littéraire, e neanche integralmente, essendovisi data in francese quella parte del racconto, che lo scrittore, per esercizio suo, compose in italiano. E sebbene il Viaggio sia come oscurato dalla troppa luce dell'opera maggiore, gli Essais, non lo diremmo meritevole della dimenticanza in che è caduto; e specialmente per l'Italia ha un pregio ed una attrattiva che non si potrebbero disconoscere, e che ne faranno, speriamo, bene accolta la riproduzione pei tipi italiani.

Il Montaigne portava seco in viaggio quello spirito indagatore, quell'acume d' intelletto, quella curiosità insaziabile per tutto ciò che oggi dicesi « documento umano », che risplendono in sommo grado nei suoi Saggi, e formano la particolar natura della sua mente. L'esperienza della vita, la notizia dei costumi, i viaggi in regioni che più viva serbavano l'impronta nazionale, gli fornirono gli elementi primi di quelle sagaci e benevole considerazioni sull'uomo, che rendono l'opera sua uno dei libri più gustosi ed utili che siansi mai scritti. E di queste impressioni dai fatti umani e dagli usi dei popoli, che poi, lavorandole egli nel suo intelletto, diventavano osservazioni e giudizi e norme sulla umana natura in genere, parecchie se ne trovano in questo diario, e taluna anche nel brano che è qui riprodotto, e che però riuscirà gradito anche sotto tale aspetto, e non solo come descrizione di luoghi; della cui selvaggia grandezza, anche sotto la penna men culta del segretario, si scorge quanto profondamente il Montaigne restasse colpito.

Altro brano di questo viaggio, da noi ripubblicato di recente per occasione di nozze, incontrò il gusto degli studiosi per modo da darci animo alla ristampa dell'opera intera. Possano di questo secondo brano rimaner soddisfatti i lettori dell'Archivio, pei quali i fugaci cenni dell'autore sono illustrati da note di un dotto conoscitore dei luoghi e della storia, il prof. B. Malfatti.

A. D'ANCONA.

Le mardy (25 ottobre 1580) nous partismes [da Innsbruck) au matin ') & reprimes notre chemein, traversant cete pleine, & suivant le santier des montaignes. A une lieue du logis montames une petite montaigne d'une heure de hauteur, par un chemin aysé. A mein gauche, nous avions la veue de plusieurs autres montaignes, qui, pour avoir l'inclination plus étendue & plus molle, sont ramplies de villages, d'églises, & la pluspart cultivées jusques à la cime, très-plesantes à voir pour la diversité & variété des sites. Les mons de mein droite étoint un peu plus sauvages, & n'y avoit qu'en des endroits rares, où il y eût habitation. Nous passames plusieurs ruisseaus ou torrans, aiant les cours divers; & sur nostre chemin, tant au haut qu'au pied de nos montaignes, trouvames force gros bourgs & villages, & plusieurs belles hostelleries, & entr’autres choses deus chasteaus & mesons de jantilshomes sur notre mein gauche ?). Environ quatre lieues d'Isbourg, à notre mein droite,

*) A’ tempi del Montaigne, Innsbruck era ancora una meschina città. Quantunque cresciuta più tardi (ai tempi in ispecie dell'arciduca Leopoldo e di Claudia de' Medici sua moglie), non contava nel 1655 più di 5750 abitanti.

2) Sulla strada da Innsbruck al Brennero s'incontrano parecchi antichi castelli. È probabile che uno dei qui accennati fosse quello di Matrey, l'antica stazione Matreio, segnata dalla Tavola Peutingeriana sulla via da Verona'ad Augusta.

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